In mezzo al paesaggio arido dell’Alto Atlante marocchino, un team internazionale ha trovato qualcosa che, sulla carta, non dovrebbe trovarsi lì. Nelle rocce giurassiche della valle del Dadès compaiono curiose “strutture increspate” fossilizzate, tipiche dei tappeti di microbi che vivono in acque poco profonde e illuminate, ma conservate in antichi sedimenti marini profondi di circa 180 milioni di anni fa.
La scoperta, descritta sulla rivista Geology, indica che comunità microbiche capaci di vivere senza luce occupavano il fondo di un antico mare a circa 200 metri di profondità, in un ambiente dominato da correnti di torbidità e frane sottomarine. In pratica, questo significa che le tracce della vita primordiale sulla Terra potrebbero essere nascoste anche in ambienti che finora quasi nessuno aveva preso in considerazione.
Increspature fuori posto nell’Alto Atlante
La geobiologa Rowan Martindale si è imbattuta in queste texture nel 2016, mentre esaminava barriere coralline fossili nella valle del Dadès. Calpestando una lastra di arenaria, vide una superficie ricoperta da un rilievo fine, simile alla pelle di un elefante. Racconta di aver pensato: “Queste increspature non dovrebbero trovarsi in rocce come queste” e decise di indagare su cosa stesse realmente accadendo.
A sconcertare non era solo la forma. Il team ha confermato che le “increspature” compaiono sulla parte superiore di strati di sabbia e limo depositati da rapide correnti sottomarine, le cosiddette torbiditi, formatesi sul pendio di un fondale marino profondo della Formazione Tagoudite. La paleoprofondità minima calcolata è intorno ai 200 metri, al di sotto della zona in cui la luce solare permette la fotosintesi.
Finora strutture simili venivano interpretate quasi sempre come tracce di tappeti microbici fotosintetici in zone poco profonde, oppure come rilievi puramente fisici prodotti dallo scivolamento dei sedimenti. Per questo affioramento della valle del Dadès rompe gli schemi consolidati.
Microbi che vivono di chimica, non di luce
Per capire se dietro a queste forme vi fosse davvero vita, il team ha combinato lavoro sul campo, sezioni sottili al microscopio e mappe chimiche dei minerali. Nella parte immediatamente al di sotto della superficie increspata è stato rilevato un chiaro arricchimento in carbonio organico, un segnale di attività biologica concentrata proprio dove si formano le increspature.
Il contesto ha portato a escludere i microbi “classici” che vivono grazie alla luce. Su un fondale marino profondo, torbido e soggetto ad avalanches di sedimento, l’ipotesi più logica è quella di comunità chemiosintetiche: microbi che ottengono energia da reazioni chimiche a partire da composti come metano o solfuro di idrogeno.
Le correnti di torbidità trascinano verso il fondo grandi quantità di materia organica. Una volta sepolta, questa materia si decompone e genera gas e composti ridotti. Questi “brodi chimici” creano l’ambiente ideale per batteri che utilizzano zolfo o metano al posto della luce, formando spessi tappeti sul sedimento. Quando l’acqua si muove, questi tappeti si increspano, si spostano e finiscono per lasciare il motivo rugoso che oggi osserviamo pietrificato.
Inoltre, le reazioni chimiche possono liberare talmente tanto solfuro da rendere l’ambiente insopportabile per molti animali. Questa tossicità apre una piccola finestra temporale perché i tappeti microbici possano crescere senza essere divorati e, alla fine, venire preservati nella roccia.
Una nuova mappa per cercare la vita antica
La chiave ecologica di questo lavoro sta nel cambio di prospettiva. Se le increspature fossili non sono solo un prodotto di microbi che vivono al sole, ma anche di comunità chemiosintetiche in acque profonde, la mappa dei possibili “rifugi” della vita primordiale si amplia in modo considerevole.
Il geobiologo Jake Bailey, dell’Università del Minnesota, riassume l’idea con una frase incisiva. Ricorda che “oggi, alcuni dei più grandi ecosistemi microbici del pianeta si trovano nell’oceano buio” e sottolinea che questo tipo di studi mostra come certe strutture antiche potrebbero registrare la presenza di microbi che vivono di chimica, non di luce.
Per il lettore comune può sembrare una storia lontanissima nel tempo. Tuttavia, questi microbi di profondità continuano ad avere un ruolo enorme nei cicli del carbonio e dello zolfo negli oceani attuali, anche se non li vediamo quando guardiamo il mare dalla spiaggia. Capire come erano organizzati 180 milioni di anni fa aiuta a ricostruire l’evoluzione di questi cicli e a perfezionare i modelli con cui studiamo il clima terrestre su scale temporali molto lunghe.
C’è anche un altro spunto interessante. Gli stessi processi che permettono a queste comunità di vivere nell’oscurità terrestre sono considerati buoni candidati per sostenere la vita in mondi con oceani sotto il ghiaccio, come alcune lune di Giove o di Saturno. Non significa che questo studio dimostri qualcosa fuori dalla Terra, ma offre indizi su come riconoscere tracce simili in altri luoghi del sistema solare.
In sintesi, alcune “increspature” su una roccia del deserto marocchino costringono gli scienziati a rivedere i loro pregiudizi su dove cercare le prime tracce di vita e ricordano che buona parte della storia biologica del pianeta si è scritta lontano dal sole.







