Arrivare a 100 anni non è cosa da poco. Chi diventa centenario ha attraversato di tutto: il dopoguerra, l’emigrazione, una leva militare di tre anni o un’infanzia in cui giocare era un lusso. Nel programma “Centenarios” di Canal Sur, quattro andalusi con più di un secolo di vita ripercorrono com’era crescere quando la vita non ti facilitava nulla.
Questi pensionati centenari dovevano lavorare “da sole a sole”, in un’epoca in cui non esisteva il salario minimo e avere un tetto e qualcosa da mangiare era già abbastanza. Molti erano costretti a barattare il latte con il pane o addirittura ad attraversare l’Atlantico vendendo la casa di famiglia per cambiare vita. E, nonostante tutto, quando gli si chiede come stanno, la risposta si ripete spesso: “Molto, ma molto bene”.
“Quando sono arrivato qui ero già in età da lavoro”
Manolo, figlio di Mercedes, è uno dei centenari che hanno dovuto lavorare fin da piccolissimi, e non certo in un ufficio. “A 6 anni già custodivo tacchini, maiali, capre e animali nei campi”, racconta questo pensionato.
Non c’era tempo per i giochi. “Quando sono arrivato qui ero già in età da lavoro e quello che facevo era lavorare tutti i giorni, non avevo tempo per giocare”, ricorda Manolo. La scuola, quando c’era, era precaria. Benito, conosciuto come “Matito”, lo racconta così: “Una lastra nera e prendevamo un sassolino, facevamo i numeri e le lettere e così ce li insegnavano”.
La sera, un vicino riuniva i bambini per insegnare loro a scrivere. La figlia di Benito racconta che il padre “sa leggere, legge tutto quello che appare in televisione, legge molto lentamente, ma sa leggere, poi sa scrivere e sa firmare, mentre mia nonna firmava con il dito”.
Anche per José Manuel de Lara, poeta onubense nato nel 1929, non è stato facile: “Per le circostanze dell’epoca non sono andato a scuola”. Ricorda che “bisognava andare a Siviglia all’università e non tutti ne avevano la possibilità”.
Senza libri, si inventava storie nel “soberado”, il luogo dove si conservava il grano: “Poiché avevo a malapena libri da leggere, dovevo leggermi da solo”.
“Un anno e tre giorni finché non mi disse di sì”
Negli anni ’40 e ’50 non esistevano app di incontri, solo l’attesa che, un giorno, l’altra persona ricambiasse. José Manuel impiegò “un anno e tre giorni” per ottenere il sì di Pepita.
“Pepita, voglio solo che tu mi dica sì o no”, le scrisse in una delle prime lettere. Quando finalmente lo ottenne, corse in piazza per festeggiare. “Finalmente ho il sì che non mi dava”, celebrava l’amore conquistato.
Ricorda che allora “non c’era tutta questa fretta”. I fidanzamenti erano lunghi e sorvegliati. Oggi pensa che “non c’è più quella sensibilità, quella delicatezza”.
Benito, invece, riconosce ridendo di essere stato “molto donnaiolo”: “Quattro o cinque, perché prenderci in giro? Né bella né brutta, nella media”. Si sposò a 39 anni. E ancora oggi, a 100 anni, quando parte un pasodoble, si alza a ballare.
“Hanno venduto l’eredità per pagare i passaggi”
La storia di Emilia è quella di migliaia di andalusi che “fecero le Americhe”. Nel 1950 vendettero la casa di famiglia per pagare i biglietti per l’Argentina.
“I miei genitori vendettero l’eredità di mia madre, una casa a Jete, per pagare i passaggi, e non bastava per molto altro”, spiega la figlia.
Il viaggio non fu semplice. Emilia si ammalò a un occhio prima di arrivare a Buenos Aires e quasi la costrinsero a tornare in Spagna. Riuscì a scendere dalla nave con un cappello e degli occhiali per nascondere l’infezione.
Eppure, quando le chiedono della sua vita, risponde senza drammi: “Bene, come sempre”. “La cosa più bella della vita”.
In Argentina continuarono a vivere “come andalusi”: ammazzate, migas, stufati. Decenni dopo tornarono. “Mia madre è stata e sarà straordinaria per tutta la vita”, dice la figlia.
“Non ho mai sofferto la fame”
Benito ha fatto il pastore per 20 anni. Dormiva in montagna, barattava il latte con il pane e imparò a sopravvivere. “Era tutto scambio”. “Non ho mai sofferto la fame”.
Quando vendette le pecore per due milioni di pesetas, si cucì una tasca interna nella giacca per custodire il denaro: “Dove vado io, va il mio denaro con me”.
Fece tre anni di servizio militare. Camminava chilometri sotto la pioggia. E, nonostante tutto, a 100 anni assicura: “Sto molto bene. Molto, ma molto bene”.
Lavorare per i “signorotti”
Mercedes e il marito hanno lavorato per decenni in un cortijo della provincia di Cordoba. Lui come guardiano, lei come custode e cuoca. Si occupavano della tenuta e anche dei figli della famiglia.
“Lei lavorava più di chiunque altro”, ricorda la figlia. “Ha aiutato tutti quelli che ha potuto”, aggiunge.
Oggi, a 100 anni, a volte dimentica i nomi, ma non il ballo. Quando le chiedono se ballava, risponde: “Certo che ballavamo. Così. Guarda”.
“La vita allora era difficilissima”
C’è un’idea che torna spesso: il confronto con il presente. Per José Manuel, “la vita allora, rispetto a quella di oggi, era difficilissima”, alludendo a quanto fosse tutto più complicato rispetto a ora.
Classi con 50 alunni, senza riscaldamento. Banchi che gli stessi studenti carteggiavano a fine anno. Lavoro fin dall’infanzia. Guerra ed esilio.
Ma anche resilienza. Il narratore la definisce “quella capacità di resistenza, di lotta, di sforzo continuo”.
Forse per questo, quando si chiede loro come si arriva a 100 anni, non parlano di diete miracolose né di formule segrete. Parlano di lavoro, di famiglia e di restare attivi.
“Io ho sfruttato la vita. Spero di sì”, dice il poeta. “Tutto molto, ma molto bene”, ripete Benito. “La cosa più bella della vita”, riassume Emilia.
E alla fine, come dice la voce fuori campo del programma, ciò che resta non sono gli anni, ma come li si è vissuti: “Che la vita sia di due giorni o di 100 anni, nessuno lo sa finché non è passata. E quando è passata, è tardi se non l’abbiamo sfruttata”.







